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Quando i Borbone aprirono la Stamperia Palatina

L'adunata cominciò col buon re Carlo di Borbone che sentì il bisogno di far conoscere al mondo i tesori scavati a Ercolano e poi a Pompei, prova della sua potenza. Chiamò da Parma un genio della materia (della grafica, diremmo oggi), Ottavio Antonio Baiardi, il quale creò la Stamperia Palatina (dal 1756 Regia Stamperia), realizzò il catalogo dei monumenti antichi e ideò la Scuola di incisione di Portici, reclutando alcuni tra i migliori disegnatori dell'epoca, compresi i toscani Filippo e Giovanni Elia Morghen. I volumoni pubblicati modificarono il gusto europeo, condizionando l'arte, l'arredamento, la moda.

In uno degli appartamenti bassi nell'angolo orientale del cortile della Reggia di Portici, dove la sua famiglia aveva casa, il 14 giugno del 1761 nacque Raffaello Morghen, un genio, il più celebre incisore in rame italiano. Aveva 17 anni quando il padre Filippo lo inviò a Roma nella famosa bottega di Giovanni Volpato. La prima opera importante realizzata fu una trasposizione in rame della Giurisprudenza di Raffaello Sanzio, che gli valse notorietà europea. Morghen venne chiamato alla corte di Firenze, dove accumulò gloria e ricchezza.

Morì l'8 aprile del 1833, a 77 anni, religiosamente, attorniato dai tredici figli e dagli allievi dell'Accademia fiorentina.

In quel periodo, lungo tutto il Miglio d'Oro, era forte la presenza dei pittori al servizio del Borbone. Tra loro, Saverio Della Gatta, il romano Giovan Battista Lusieri, il documentarista Salvatore Fergola . Altri, venuti da più lontano, furono ospiti della villa dell'ambasciatore britannico Sir William Hamilton e della sua seconda moglie Emma Liona, storica amante dell'ammiraglio Nelson. Anche Hamilton riprodusse in due volumi le meraviglie archeologiche. Ospitò John “Warwick” Smith, tra i maggiori cartografi di Europa; e il francese Alexandre-Hyacinthe Dunoy. I panorami della nostra costa finirono nelle regge e e nei musei.

I Borbone caddero, e fu proprio l'epopea garibaldina a generare la grande Scuola. Il fondatore fu Marco De Gregorio da Ercolano (1829-1876), artista e patriota. Una breve esperienza francese lo convinse che la strada del rinnovamento doveva partire dai luoghi in cui era nato, dal sodalizio con altri giovani desiderosi di uscire dalla prigione colorata in cui soggiornavano i seguaci di Morelli e di Filippo Palizzi. A dare conforto alle sue ambizioni più audaci arrivò nel 1858 Federico Rossano, napoletano inquieto e capace.

Operarono da soli finché l'avvento dei Savoia non procurò un'occasione eccezionale: molti appartamenti della Reggia di Portici, abbandonati dalla corte, rimasero liberi. Uno stuolo di artisti, provenienti dal nord e dal sud, allora occupò piccoli alloggi nel palazzo, per poter lavorare a minimo costo nel mezzo di una natura amica. Molti erano reduci dai campi di battaglia, sembrava un raduno di rosse camicie garibaldine. Tra i primi ad arrivare, il toscano Adriano Cecioni, seguito nel 1863 dal pugliese Giuseppe De Nittis, neanche diciottenne: ora le sue opere vanno all'asta a partire da circa un milione di euro. Il 1864 fu l'anno decisivo, De Gregorio l'animatore completò le basi teoriche di un movimento che si lasciava alle spalle la favola morelliana. Era nata “una nuova corrente realistica di peculiare importanza espressiva”, “una sintesi perfetta fra luce e colore”, ben all'altezza dei macchiaioli toscani.

La Scuola fece proseliti. Via via arrivò il rinforzo di altri combattenti dell'arte, molti dei quali avevano veramente battagliato per l'Italia: il siciliano Francesco Lo Jacono, il napoletano Achille Vertunni, l'umbro Alceste Campriani, Michele Tedesco da Moliterno, l'altro siciliano Antonino Leto, lo stabiese Enrico Gaeta, il napoletano Raffaele Belliazzi, Andrea Cofa, Raffaele Izzo, Luigi de Luise, l'altro stabiese Giovan Battista Filosa, il calabrese Giuseppe Cosenza, Federico Cortese e Liardo, Tedesco, Amato…

Poi fu la diaspora e De Gregorio restò solo. A dargli confortò arrivò nel 1874 uno spagnolo dal nome lungo quanto grande era la sua bravura tecnica, José Maria Bernardo Mariano Fortuny y Carbi. Sfidando mille malesseri Fortuny dipinse marine vesuviane e l'olio su tavola Desnudo en la playa di Portici, un adamitico autoritratto conservato nel Museo del Prado a Madrid. Con la morte di De Gregorio, la bella storia finì, ma lasciò frutti. Vennero Edoardo Dalbono, paesaggista di prestigio, e Giuseppe Carelli specialista delle marine. Si affermò la singolare figura di Federico Aprea, “il pittore dei morti” raffigurati nell'estrema posa per lasciare un ricordo ai familiari. Più tardi visse sotto il Vesuvio Luigi Crisconio, l'operaio del colore, l'uomo che a volte non aveva i soldi per comprare i colori e dipingeva con una sola tinta arricchita di sfumature. E accanto a lui Ettore Sannino, anche scultore; ed Errico Placido, anche poeta. Si sono misurate tradizione e avanguardia, anche con talenti che ci hanno lasciato di recente, come Bruno Galbiati, fondatore della Galleria Carolina, Paolo Montarsolo che dipinse il vulcano come nessuno prima di lui, Alfonso Marquez, l'animatoreartista Luigi Castellano detto Luca, lo stabiese Ciro Ottone, il torrese Antonio Madonna.

La Scuola non è finita e non finirà mai, se sarà possibile realizzare un polo d'arte, istituti specializzati, una rete di piccoli musei, qualche mostra evento che racconti l'evoluzione da Raffaello Morghen ai giorni nostri, passando per la Scuola (di Portici o di Resina poco importa) e per quel crogiuolo di futuro che fu la Galleria Carolina.