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Portici: Era l’alba del ’56
 
 Giovedì 21 Marzo 2013 – Scritto da Edoardo Ciancio/Eciancia   

 

Per la prima volta dormivo in quella casa, ospite della matrigna di mio padre. Pur non conoscendola personalmente non ebbi difficoltà a chiamarla nonna.

Dopo aver vissuto a Firenze la mia infanzia e adolescenza, quella voce mi dette il buongiorno, mi rallegrò l'anima, mi fece sentire sin da subito PORTICESE.

Da quel momento la città mi appartenne e me ne innamorai, un amore che non ho mai smesso di coltivare, nonostante lo scempio urbanistico che si ebbe negli anni successivi; come non ricordare le stupende ville vesuviane e la reggia con il parco, oggi, fortunatamente in pieno recupero, la prima ferrovia italiana, la Napoli – Portici, le grandi officine di Pietrarsa oggi museo, ed il Vesuvio, con cui i porticesi condividono il loro destino e la loro esistenza.

Ricordo, il mare stupendo sul cui litorale si affacciavano numerosi stabilimenti balneari, da Croce del Lagno a poco oltre la scuola “Macedonio Melloni” lungo il corso Garibaldi: il “Bagno Nuovo”, il “Rex”, il “Select”, l’”Aurora” e il “Lido Dorato”. Vi era anche il bagno “Arturo”, l’unico ancora in attività al confine con Ercolano.

Personalmente preferivo il “Lido Dorato” frequentato in maggioranza dalla gioventù porticese con la quale ci si ritrovava nella stagione estiva per partecipare alle attività ludiche.

Il legame affettivo con questa città e i progetti miei e di tanti altri artisti sono stati il viatico a quelle progettualità caratterizzanti i fermenti innovativi della nostra generazione artistica.

Questo mio amarcord vuole essere la testimonianza storica di un vissuto d’arte con artisti di chiara fama, ormai di diritto nella storia dell’arte porticese ed oltre.

Il trasferimento a Portici, nella seconda metà degli anni ’50, fu il coronamento di un sogno che i miei genitori, partenopei atavici, cullavano da sempre.

Mio padre, Luigi, pittore autodidatta con ottimi risultati artistici nella città toscana, pensò bene di trasferirsi, con l’intento di fare l’artista a tempo pieno e di vivere con la pittura. Una scelta controcorrente in un periodo in cui dal Sud si emigrava al Nord in cerca di lavoro

Egli ritornava nei luoghi natii, con la speranza di cogliere quei consensi critici che riceverà dopo molti anni e tanti sacrifici.

In quel periodo incontrai un ferroviere in pensione, con la passione della pittura, si chiamava Carmine Arnese. Io giovanissimo, lui avanti negli anni. Condividemmo una reciproca simpatia. Lo ricordo al primo incontro con un montgomery color cammello e sulla testa un basco alla francese. Nel porgermi la mano destra, notai una macchia di colore sul pollice e, sull’indice e sul medio il colore ocra della nicotina. Ebbi subito la certezza che era un pittore ed un incallito fumatore.

Don Carmine, così lo chiamavano divenne il mio nonno putativo. Era amico di quasi tutti gli artisti napoletani del tempo. Mi diceva di essere stato molto amico di Luigi Crisconio. Conosceva tutta la pittura dell’Ottocento e della prima metà del Novecento; dipingeva discretamente sia dal vero che in studio, molto apprezzati i suoi paesaggi e l’autoritratto.

Il suo atelier era frequentato da tutti gli artisti di Portici, città in cui aprì il primo laboratorio di cornici. Arnese aveva una forte personalità e uno spirito libero e trasgressivo. Manifestava, a volte, con irruenza, le sue complessità interiori, poi le tacitava offrendoti un caffè e una sigaretta. Fondamentalmente era un artista e un buon uomo. Lo ricordo con affetto.

All’inizio degli anni ‘60 a Via Libertà, all’altezza del casello autostradale, oggi trasferito, si inaugurò la prima galleria d’arte della città, la “Galleria Ciro De Michele”. Dopo una serie di mostre nelle quali esposero artisti dell’area vesuviana e non, essa cessò la sua attività per mancanza di fondi.

In quella galleria esposi per la prima volta confrontandomi con artisti affermati e giovani alle prime esperienze.

Nella seconda metà degli anni ’60 conobbi il pittore Errico Placido. Aveva lo studio al Corso Garibaldi nei pressi di “Casa Materna”, un artista, all’epoca, noto ai collezionisti napoletani. Si racconta che sia stato allievo di Luigi Crisconio e che abbia acquisito molto della poetica del maestro. Dipingeva con tocchi rapidi e sicuri e tra una pennellata e l’altra chiedeva le mie impressioni e qualche suggerimento, mentre parlava di arte e di artisti come Bresciani, Capaldo, Notte e altri. Placido era un artista bravo ed estroverso. Dipingeva, sia nello studio e sia dal vero, la campagna vesuviana, il Vesuvio, il Granatello (il porto borbonico porticese) e le suggestive mareggiate. Un altro soggetto era rappresentato dai pagliacci, un mondo poetico che viveva e condivideva. Era depositario di una poetica che stava cambiando.

In quel periodo iniziai le mie prime esperienze dal vero, dipingendo un angolo di “Bosco”, il Parco Reale annesso alla splendida Reggia di Portici. Fu un’emozione, per il buon risultato ottenuto.

In quel luogo, per quella casualità che spesso accompagna gli accadimenti, conobbi Luigi Avitabile. Un artista datato non solo negli anni ma anche nell’aspetto. Quando andava a dipingere indossava un lungo camice, un berretto e un papillon, sembrava un personaggio di fine ‘800. Assertore della pittura classica contestava tutte le istanze che non rientravano nei canoni tradizionali. Per tale ragione si rifiutava di confrontarsi con gli artisti moderni e di frequentarli. Lontani come dato generazionale e diversi nelle nostre urgenze artistiche, nacque comunque un’amicizia e una profonda stima. Ovunque esponessi le mie opere era sempre presente. Ricordo, a una mia personale, di averlo trovato seduto in galleria in attesa che arrivassi. Visitò la mostra e volle andare via senza che lo accompagnassi. Era venuto in treno, affrontando una fredda serata d’inverno, lui così avanti negli anni. Una testimonianza di affetto e di stima che non ho mai più dimenticato.

In quegli anni, contestualmente ad Avitabile, frequentavo altri artisti, in particolare Alfonso Marquez. Aveva lo studio ad Ercolano in un vecchio palazzo vicinissimo al Comune della città. Li separava un vicoletto su cui si affacciava un’ampia finestra dell’atelier. Le pareti erano ricoperte di sue opere che testimoniavano le ricerche e le esperienze, compiute in anni di lavoro. Nel varcare la soglia dell’ampio laboratorio mi parve di entrare in una galleria d’arte in cui erano esposte quasi tutte le correnti artistiche del Novecento. Pittoricamente aveva un suo stile e una sua impronta personale. Timido, riservato, onesto e sincero era un amico fraterno.

Insieme ci ritrovammo soci e compagni nella Galleria Carolina che fondammo, nel sessantasei, unitamente a Bruno Galbiati, Franco Maione, Peppino Ascione, Antonio ed Ernesto Galbiati. Con Bruno ho condiviso un vissuto d’arte e una profonda amicizia. Egli nasce scultore ed era il più tenace del gruppo, attento alla contemporaneità e molto attivo nel divulgare la progettualità della Carolina. Artista di livello internazionale e vincitore di concorsi per opere pubbliche, le sue sculture sono in collezioni italiane e straniere, in particolare nelle più importanti gallerie tedesche.

La nascita della Galleria Carolina fu un’operazione culturale autogestita; ebbe in pochissimo tempo un notevole riscontro e consensi critici. Vi aderirono e parteciparono artisti di chiara fama e uomini di cultura, insieme a giovani personalità all’epoca emergenti.

Invitammo il prof. Carlo Barbieri, studioso e esperto d’arte, che in quel tempo era critico ufficiale del quotidiano di Napoli “Il Mattino”. Autorità in campo internazionale, egli accolse favorevolmente l’invito rivoltogli dal nostro gruppo a curare la parte critica della nascente Galleria. Fu molto propositivo verso la nostra operazione culturale, sottolineandone la validità. Abitava in un palazzo di famiglia a Via Dalbono, le pareti del suo studio ricoperte con opere dei più grandi maestri del ‘900 che, nel corso della sua carriera professionale, aveva recensito nelle più importanti rubriche d’arte. Quando andavo a trovarlo nel suo Tempio dell’Arte (così intimamente lo definivo), ascoltavo il suo eloquiare colto ed elegante, con piacere e attenzione. Positivo verso le mie esperienze pittoriche e lusinghiero nei giudizi critici (conservo gelosamente gli scritti), lo ricordo con stima e affetto. Purtroppo, pare, che Portici lo abbia dimenticato.

Ricordo, agli inizi della mia venuta in questa città, di aver incontrato e conosciuto forse il primo storico moderno porticese. Era il professor Beniamino Ascione, autore di un libro su Portici, oggi introvabile per chi volesse documentarsi. Personaggio eclettico, loquace, con la battuta sempre pronta, la barzelletta spinta, riusciva sempre a catturare l’attenzione di noi appassionati d’arte.

Modesto pittore di gusto neoclassico realizzò nei gusci di noci delle minisculture che ebbero come temi principali la “Bibbia” e la “Divina Commedia”, un’opera complessa e originale con la quale ebbe, all’epoca, apprezzamenti e riconoscimenti in Italia e all’estero. Parte della sua opera scultorea (Bibbia) si trova nella chiesa di S. Lorenzo Maggiore a Napoli.

Questo mio andare a ritroso nel tempo, ricordare fatti e personaggi con i quali ho condiviso momenti elettivi, vuole sottolineare non solo le loro qualità umane ed artistiche, ma anche il notevole contributo che essi hanno dato all’avanzamento dell’immagine culturale della città.

In quel contesto ricco di fermenti e di iniziative spicca la figura di Luigi Castellano/LuCa. Porticese d’adozione, operatore culturale con un vissuto nel “Gruppo ‘58”. Estroverso e carismatico fu leader di movimenti di punta dell’arte moderna napoletana e animatore attento e propositivo. Nei primi anni della Carolina furono memorabili i suoi interventi, le sue conferenze e i dibattiti sull’arte a cui parteciparono i maggiori artisti del tempo, molti dei quali esposero le loro opere nella Galleria Carolina. Quando questa, negli anni ’70, cessò la sua attività, con LuCa stabilimmo un punto d’incontro nella mia bottega di Via Cellini, ove svolgemmo operazioni culturali, ricordate come “Ricognizione sul territorio”, che ebbero l’intento di compattare gli artisti porticesi per una maggiore visibilità. Nacque così 80055 AREA.

Luigi Castellano, Gran Maestro Patafisico dell’Istituto Pataphisicum Partenopeum di Patafisica (corrente artistica che il drammaturgo francese Alfred Jarry nel 1898 definì Scienza delle soluzioni immaginarie), mi onorò come uno dei pochi patafisici, eletti dal Gran Maestro, quale Operaius dei Territori. Con la sua scomparsa Portici ha perso un grande talento di notevole spessore culturale.

Altro grande artista, porticese d’adozione, è stato Carlo Montarsolo, artista di livello internazionale che ha partecipato alle più importanti rassegne d’arte vincendo premi e ricevendo riconoscimenti tra i più prestigiosi in tutto il mondo. Abile oratore ha tenuto conferenze sull’arte moderna in tutti i centri di cultura in Italia e all’estero. Pittore colto e raffinato. Una vasta letteratura, saggi, monografie testimoniano il suo lusinghiero percorso artistico. Il suo lavoro lo svolgeva nei suoi studi di Milano, Roma e Portici. Nella nostra città era in un attico di un vecchio palazzo al Corso Garibaldi. Gradissimo, con una veduta sul golfo stupenda, un luogo nel centro urbano in cui potersi isolare e meditare per le proprie creazioni.

Negli anni ottanta frequentavo il suo studio insieme a uomini d’arte e cultura. Con lui ho condiviso una fraterna amicizia e momenti ludici e elettivi: happening, musica, poesie e canzoni, con pizze e taralli e un buon bicchiere di vino, lasciapassare per serate indimenticabili.

Verso la fine del primo decennio di questo secolo, Montarsolo, ammalatosi, prima di andarsene per sempre, si rifugiò nella villa del fratello (famoso cantante lirico), nei pressi di Roma. Carlo ed io eravamo sempre in contatto; quando non era a Portici, ci telefonavamo, avevo le chiavi del suo studio che mi aveva messo a disposizione. Un giorno, era po’ che non sentivo Carlo, nell’entrare nel suo studio attraverso il lungo corridoio, le luci si abbassarono e, nella sala centrale, dove Carlo solitamente si riposava, la luce si spense. Ebbi l’impressione, in quel momento, che l’amico era morto. Casualità? Sarà… Il mattino successivo ne ebbi la conferma.

A quei tempo frequentavo l’atelier dello scultore Giovanni De Vincenzo, artista scomparso ormai da alcuni anni. Titolare della cattedra di scultura dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, poi direttore a Reggio Calabria, era un artista affermato. Le sue sculture realizzate con componenti di auto, ingranaggi, ferro e acciaio, assemblati e saldati, erano molto apprezzate dalla critica ufficiale e le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private. Con Giovanni ho condiviso un’amicizia che si basava essenzialmente su una stima reciproca. Cordiale, educato, sempre disponibile, ma rigoroso nel rispetto dei ruoli. Era moderno nel lavoro ma conservatore nel rispetto delle gerarchie.

Un altro scultore che ha operato a Portici, lasciando testimonianze del suo lavoro con opere pubbliche e private era Ettore Sannino, artista che ho avuto il piacere di incontrare una sola volta nello studio di Carlo Montarsolo. Mi colpirono la sua sensibilità e la sua professionalità. Nel divenire del tempo non ho più avuto occasioni per incontrarlo. Anche se non c’è stata un’amicizia che mi avrebbe dato l’opportunità di conoscerlo in maniera più esaustiva, è doveroso ricordarne la sua appartenenza al vissuto artistico porticese.

Un personaggio poliedrico che rappresentava il classico partenopeo colto, istrionico con la battuta sempre pronta, era Mario Buonoconto; pittore, attore, studioso delle origini partenopee e delle fenomenologie che le hanno caratterizzate. Le sue ricerche sulla Napoli storica ed esoterica ne documentano i suoi trascorsi elettivi e la sua versatilità. Un’analisi del suo lavoro potrebbe contribuire ad una conoscenza esaustiva di questo artista complesso e carismatico.

Un altro artista porticese, scomparso proprio nei giorni in cui stavo scrivendo questo mio amarcord, era Angelo Formicola. Pittore e scultore, apprezzato per la sua sensibilità e per le sue qualità artistiche. Molto attivo nel lavoro e poco propenso a partecipare attivamente a mostre d’arte; infatti, le sue opere non hanno avuto quella visibilità che meritavano. Spero che lo si ricordi con una mostra personale a Portici, magari con l’impegno dell’assessorato alla cultura. Molti potrebbero scoprire un artista geniale e creativo che merita di essere riconosciuto nelle sue complessità.

Ho voluto ricordare queste personalità ormai scomparse che appartengono alla storia artistica porticese e che hanno contribuito alla mia crescita culturale. Fanno parte del mio vissuto e degli eventi che mi hanno reso partecipe dopo quell’alba del ’56.

Certamente le vicende nello specifico così brevemente ricordate, hanno avuto come protagonisti non solo gli artisti menzionati, ma tante altre personalità che, generazionalmente, si sono avvicendate nel tempo. Esse continuano a rappresentare uno spazio culturale in cui le poetiche espresse confermano Portici città d’arte e di cultura.